FAUSTO CARPANI
1. Come hai incominciato a suonare?
Iniziai a strimpellare la chitarra che avevo circa vent’anni. Lo feci senza prendere lezioni, ma solo seguendo le dritte che mi dava un amico. Non sono un bravo chitarrista, ma quel po’ che ho imparato è sufficiente a far che io possa comporre canzoni e poi eseguirle in pubblico. Ho la presunzione di credere che siano più importanti i testi. Ma poi, per dare una veste musicalmente impeccabile alle canzoni, ecco che mi viene in aiuto quel grande virtuoso di chitarra che è Antonio Stragapede: è lui che copre le mie lacune...
2. Ascolti mai le tue canzoni?
Ovviamente sì, soprattutto quando sono in fase di registrazione in studio. Però in auto non ho nessun mio cd e non ho mai ascoltato alcun disco o cassetta miei per interi. Ad un certo punto mi vengono su i nervi e spengo. Perchè? Perchè penso che avrei potuto fare meglio.
3. Quali sono gli argomenti delle tue canzoni?
Ovviamente Bologna con i suoi luoghi, i suoi personaggi – storici o no – le sue storie. Uso il dialetto (ma non sempre...), perchè mi piace la nostra parlata, perchè è la lingua della nostra gente da secoli e secoli, anche se ora la parlano in pochi e ancor meno la capiscono.
4. Cosa hai provato salendo su un palco per la prima volta?
Una grande paura, il timore di sbagliare e ancor più di non interessare il pubblico. La paura, seppur ridimensionata dall’esperienza, c’è sempre, perchè ogni volta il pubblico ti accoglie in modo diverso, a seconda di come ti presenti e di ciò che fai e dici per catturare l’attenzione.
5. Con quale canzone hai esordito?
“Lucàtt Blûs”, cantata in piazza Maggiore il 14 agosto 1988, davanti a trentamila persone...
6. Da postino a cantautore di successo: raccontaci la tua storia.
Fare il postino mi ha dato la possibilità di avere i pomeriggi liberi. Di qui la passione per la fotografia, per la storia di Bologna, della lettura. Sono arrivato alla canzone per puro caso. Mi piaceva scrivere canzoni, che poi cantavo ad un gruppo ristretto di amici. Fu così che il 31 dicembre 1987, a una festa di capodanno, cantai “Lucàtt blûs”, che avevo scritto per l’occasione. Un amico, dopo averla sentita, mi suggerì di iscriverla al Festival della Canzone Bolognese, la cui prima edizione era stata effettuata quell’anno. Alcuni mesi dopo, sempre quell’amico mi avvertì che c’erano in giro i bandi per iscrivere le canzoni al Festival dell’88. Senza troppa convinzione modificai il testo per due voci, registrai la canzone in casa con l’amico Geppo Pulga e poi spedii la cassetta alla segreteria del Festival. Dopo un po’ di tempo mi arrivò la comunicazione che era stata ammessa alla finale del 14 agosto 88. Geppo ed io ci presentammo, accompagnati dall’orchestra di Annibale Modoni, che poi divenne un mio caro amico, e – inaspettatamente – vincemmo a pari merito con un’altra canzone (“L’aventûra” di Cesare Malservisi). L’anno dopo mi ripresentai con “Prè ed Cavrèra” e vinsi ancora, stavolta da solo. A quel punto pensai che forse era il caso di proseguire e cominciai a scrivere canzoni fino a un totale di circa ottanta.
7. Parlaci dei dischi che hai inciso.
Quanti siano, fra musicassette e cd, ora non ricordo, ma è certo che l’emozione di vedere la mia prima cassetta, nel 1990, è stata grande. Non avrei mai creduto, fino a pochi mesi prima, di riuscire ad avere materiale per fare un album! Poi venne il primo cd, titolo “Armisdanza”, in assoluto il primo compact disc in dialetto bolognese.
8. Parlaci delle tue tournée all'estero.
I paesi che ho visitato sono Uruguay, Brasile, Argentina, Canada, Stati Uniti, Inghilterra, Romania. Tutte le tournées sono state organizzate da un’associazione che mantiene i contatti con gli emigranti italiani, presso i quali siamo andati a portare un po’ di musica di casa nostra, comprese le mie canzoni. Ovunque siamo stati accolti benissimo, indipendentemente dall’origine delle persone che abbiamo trovato (siciliani, friulani, calabresi ecc.): in pratica gente proveniente da tutta l’Italia. L’unico mio cruccio è che dovendo sempre spostarci da una città all’altra per fare concerti, il tempo per visitare un po’ i luoghi non l’abbiamo avuto. Andare all’estero a cantare e suonare, una cosa che solo fino a pochi anni prima non avrei mai ipotizzato nel mio futuro, mi ha – credo – arricchito interiormente. Ma quando dal finestrino dell’aereo vedevo San Luca, un caldo buono mi riempiva il cuore: finalmente ero tornato a casa.
9. Hai fondato anche tu un giornale, il "ponte della bionda": ce ne parli?
La cosa cominciò una notte in cui non riuscivo a prender sonno. Mi alzai, andai al computer, e cominciai a scrivere in dialetto, sistemando le parole come si vedono in un giornale. Poi inventai il titolo o per meglio dire la testata: “LA VACAMATA” (la mucca pazza), perchè era il momento in cui in Europa imperversava quella strana malattia bovina. Riempito di parole il primo numero, lo inviai in forma anonima ad un ristretto gruppo di amici. Poi venne il secondo, e poi via via fino al n. 11, con cadenza più o meno regolare. Ad un certo punto mi svelai e poi modificai il titolo in “Al Pånt dla Biånnda”, facendo riferimento al piccolo ponticello sul Navile che per me era un po’ il simbolo delle condizioni del nostro dialetto: vecchio, malmesso, quasi ormai completamente distrutto però resisteva al tempo. Piano piano, con un passa-parola, il cerchio dei lettori si allargò a macchia d’olio. Poi sono venuti i collaboratori, tutti di grande spessore: gli artisti Umberto Sgarzi, Wolfango, Giorgio Serra per le illustrazioni; Roberto Serra per correggere le bozze e poi tutti quelli che hanno cominciato ad inviarmi scritti da pubblicare. Dopo oltre 5 anni, arrivato al n. 57, il piccolo mensile ora viene inviato a circa 500 indirizzi – fra e-mail e posta tradizionale – il che vuol dire che lo leggono almeno un migliaio di persone. Mi diverte scriverlo, senza alcuna pretesa culturale, e sono contento che ancora in tanti mi contattino per riceverlo... Anche questo piccolo foglio serve alla causa del nostro dialetto.
10. Commenta il nostro giornale.
È una cosa bellissima, fresca e genuina. Il fatto che dei ragazzi abbiano sentito il bisogno di parlare della loro città, della gente, della storia la dice lunga sulla fame di identità da non perdere, pur aprendo le porte a chi viene da lontano. Andate avanti!
LUIGI LEPRI
1. Ci parli della sua esperienza di dialettologo.
Non devo essere considerato un dialettologo ma soltanto un appassionato che da 45 anni indaga, raccoglie, documenta e cerca di divulgare una parlata che è parte non trascurabile della nostra cultura popolare.
2. Come si è appassionato al nostro dialetto?
Mi sono appassionato grazie all‟incontro con Alberto Menarini, grande lessicografo bolognese che ha pubblicato molti volumi divulgativi sul nostro dialetto; e anche perché sono nato in dialetto, lingua parlata da tutti i miei familiari e negli ambienti dove sono cresciuto. La passione si è poi sviluppata quando mi sono reso conto che questa lingua era ed è in progressivo regresso e a rischio di estinzione.
3. Ci parli dei suoi scritti in bolognese.
I miei scritti constano di nove volumi come autore unico e di altri quattro, scritti in collaborazione con altri. Riguardano tutti il dialetto bolognese e, almeno nelle intenzioni, hanno carattere divulgativo.
4. Ci parli della sua collaborazione con “Il ponte della bionda”.
Il “Pånt dla biånnda” è una delle tante belle invenzioni del vulcanico e prezioso Fausto Carpani; è l‟unico periodico regolarmente pubblicato e scritto totalmente in dialetto bolognese; la mia collaborazione consiste nell‟inviare racconti di vita vissuta e, ultimamente, favolette (Al Fularén) con le quali avrei la presunzione e la speranza di avvicinare al dialetto qualche bambino o ragazzo.
5. Ci parli del suo vocabolario bolognese-italiano
Chiedo scusa ma, poiché l‟uscita è prossima, non vorrei commettere una scorrettezza nei confronti dell‟editore; sarò sintetico anticipando solo che è realizzato insieme a Daniele Vitali, che dovrebbe uscire circa a metà Novembre, ha un corredo di oltre 32.000 lemmi (il primo ne aveva circa 13.000), una ricca fraseologia e più di 1.300 proverbi dialettali.
6. La sua collaborazione con Daniele Vitali.
La mia collaborazione con Vitali è stata ed è un‟esperienza enormemente gratificante fin dall‟inizio perché ho trovato una persona con la mia stessa passione e, a differenza del sottoscritto, con tutte le conoscenze e la cultura scientifica del glottologo. Vitali, infatti, di mestiere fa il traduttore al Parlamento Europeo, conosce sette o otto lingue e, dal punto di vista delle cognizioni e intuizioni scientifiche, è superiore a molti professori universitari. La frequentazione e i comuni interessi, poi, hanno fatto nascere e cementato una bellissima amicizia che arricchisce il nostro rapporto.
7. Ci risulta ce lei sia uno del comitato per il Sito Bolognese. Ce ne parla?
Non sono fra i redattori ma fornisco soltanto mio materiale e mie composizioni che il Sito (anche questo gestito da Vitali insieme a Roberto Serra) pubblica a sua discrezione.
8. Ci parli del corso di bolognese.
Il corso di dialetto che si tiene ormai da sei anni è un‟iniziativa felicissima di Aldo Jani, Daniele Vitali, Roberto Serra e del teatro Alemanni. È iniziato quasi per scherzo e si è sviluppato poi in tre livelli di apprendimento, fino a contare una partecipazione di oltre cento allievi in massima parte giovani. Dunque, c‟è chi dopo anni di desolante silenzio vorrebbe imparare il nostro dialetto. E c‟è chi (non parlo solo per me) sarebbe disposto ad insegnarlo. Il dialetto bolognese, come ogni altro dialetto italico, non sarà mai più, come in passato, strumento PRIMARIO di comunicazione. Oggi si parla, spesso male, un italiano standardizzato e, secondo me, televisivo e povero. Ma se in futuro qualcosa del nostro dialetto si salverà, sarà proprio grazie ai volonterosi che vogliono impararlo e a quelli ancora in grado di insegnarlo. Del resto iniziative analoghe sono state ampiamente sperimentate e attuate in Piemonte dove già esistono gruppi che con orgoglio sbandierano la ritrovata capacità di parlare il dialetto piemontese. Quegli insegnanti hanno avuto un robusto sostegno dai loro Enti Locali e pare che anche da noi qualcosa finalmente si muova. Speriamo.
9. Come si sta evolvendo il dialetto petroniano?
La caratteristica principale che, insieme al calo dei parlanti, contraddistingue il nostro dialetto odierno, è quella dell‟abbandono di vocaboli e fraseologie originali a favore dell‟appiattimento sulla lingua italiana. Mi spiegherò con qualche esempio: quando la maggioranza dei parlanti di oggi deve dire Nascosto, Raffreddare, Pavimento, Inguine, Scalino, tende a dialettizzare i corrispondenti italiani e dice Nascòst, Arfardèr, Pavimànt, Énguin, Scalén. Invece con il dialetto genuino, che non è una brutta copia dell‟italiano ma lingua originale, si dovrebbe dire Arpiatè, Arsurèr, Bató, Angunâja, Pirôl... e gli esempi potrebbero continuare a lungo. Non dimenticate quindi, che oltre a salvare il dialetto bisogna anche conservarne e difenderne la genuinità.
10. Cosa ne pensa del nostro giornale?
Penso che sia un‟iniziativa veramente straordinaria e lodevole non soltanto perché dimostra la vostra ottima competenza e l‟impegno, ma soprattutto perché è realizzata da giovani. Purtroppo, a Bologna più che altrove, la popolazione giovanile ha in genere una atteggiamento indifferente, se non ostile, verso la cultura locale, le tradizioni, il folclore, la nostra lingua. Voi, invece, avete avuto l‟intelligenza e l‟entusiasmo di non tralasciare o ignorare queste cose, consapevoli che la loro perdita sarebbe un autentico crimine culturale. Un grande poeta diceva “un popolo che perde le proprie memorie e la propria lingua è destinato a morire”. Voi lo avete compreso e i bolognesi dovrebbero esservene grati. Spero che prima o poi lo capiscano. Grazie, auguri e continuate così.
DANIELE VITALI
1. Qual è il suo rapporto con Bologna?
Sono nato a Bologna nel 1969 e ci ho abitato fino al 1988, quando mi sono trasferito a Trieste per studiare alla facoltà per interpreti e traduttori, che allora esisteva solo là. Ne sono tornato nel 1993, per poi passare due anni e mezzo a Milano (1996-1998). Da lì sono andato a vivere a Lussemburgo, dove da nove anni faccio il traduttore per la Commissione europea. Tutti questi spostamenti però non hanno mai reciso il legame con la mia città, alla quale sono attaccatissimo. Ogni volta che posso torno, e sono in continuo contatto con Bologna grazie alla posta elettronica e a Internet.
2. Quando ha cominciato ad appassionarsi e studiare l’idioma petroniano?
Di nascita sono italofono, ma a quattordici anni mi posi il problema di imparare anche il bolognese: mi sembrava che così avrei avuto una lingua in più oltre a quelle che studiavo al liceo (inglese, tedesco e francese). Le condizioni necessarie si crearono nel 1994, quando consegnai la mia tesi di laurea sul russo e le lingue caucasiche e, in attesa delle tappe successive della vita, potei finalmente dedicare un po‟ di tempo al bolognese: oltre all‟interesse per le lingue, lo feci per la nostalgia di certi momenti magici in cui da bambino d‟estate mia madre mi portava in Piazza Trento e Trieste a vedere i burattini di Presini, oppure di quando passavo la domenica dalla mia bisnonna. Andai così a conoscere Luigi Lepri, che per le sue competenze linguistiche e le sue doti umane considero il miglior informatore possibile, e gli chiesi d‟insegnarmi il bolognese! La mia era una richiesta un po‟ particolare, ma lui accettò subito, e cominciai quindi a fargli regolarmente visita per registrarlo. A quel punto mi venne l‟idea di spedire i nastri al prof. Luciano Canepari, che insegna fonetica all‟università di Venezia. Con Canepari scrivemmo quindi l‟articolo “Pronuncia e grafia del bolognese” (in: RID 19, 1995, pp. 119-164, cfr. anche www.bulgnais.com/fonetica.html), in cui sulla base di un accurato studio di fonetica proponevamo anche un sistema di scrittura aderente alla pronuncia.
Successivamente mi riavvicinai un po‟ alla grafia dei gloriosi dizionari di Gaspare Ungarelli (1901) e Pietro Mainoldi (1967), facendo salve le
scoperte fonetiche dell‟articolo scritto con Canepari. A quel punto ero pronto per una nuova esperienza, e proposi a Lepri di scrivere insieme un dizionario tascabile. Sono poi seguiti il Sito Bolognese, i Corsi di Bolognese, la Grammatica e il grande Dizionario appena uscito. Tutte queste iniziative utilizzano l‟ortografia sperimentata per la prima volta nel dizionario tascabile (battezzata pertanto “Ortografia Lessicografica Moderna”), formando un unico pacchetto di tutela e valorizzazione del dialetto bolognese. Per me era importante fare qualcosa perché quel pezzo fondamentale della cultura della mia città, cioè al dialàtt bulgnai§, potesse conservarsi, e ho avuto la fortuna di incontrare degli ottimi compagni di strada.
3. Ci parli dell’esperienza del sito bolognese.
Il Sito Bolognese è nato nel 1999: Internet aveva preso a svilupparsi da qualche anno, e così pensai di fare un portale che illustrasse le caratteristiche del dialetto (fonetica, ortografia, morfologia, sintassi, lessico) e le iniziative che gli giravano attorno (canzoni, letteratura, teatro, burattini). Presentai il Sito nel settembre di quell‟anno insieme al dizionario tascabile, poi ne parlarono i giornali, fino a che non si è trasformato in un volano per le successive attività: è infatti servito per mettere in rete fra loro quelli che io chiamo “Operatori culturali dialettali” (OCD), cioè le persone che scrivono, cantano, recitano in dialetto. Tramite il Sito ho conosciuto Roberto Serra, poi entrato a pieno titolo nella redazione, Amos Lelli che ci ha aiutato varie volte a livello informatico, Andrea Rossi, che ogni anno produce un bellissimo calendario fotografico di Bologna e lo offre gratuitamente sul Sito, Fiorella Patanè, che ha curato alcune parti grafiche, Federico Franchini, che per i primi due anni ha pagato l‟ospitalità sul server. Per quanto riguarda i contenuti ho avuto molto aiuto da Luigi Lepri e Fausto Carpani, e poi sollecitando vari OCD sono riuscito a pubblicare articoli di vari autori, oppure ad intervistarli.
Fra i contatti nati grazie al Sito vanno ricordati il prof. John Hajek, esperto dei dialetti emiliano-romagnoli presso l‟università di Melbourne, e Claudio Mazzanti con la sua Loop Produzioni, che qualche anno fa chiese la nostra consulenza linguistica per produrre una serie di DVD con cartoni
animati in bolognese. L‟anno scorso è infatti uscito Pizunèra, di cui quest‟anno vedremo il seguito. Insomma, ci tengo a dire che se il Sito è quello che è oggi, con le sue decine di migliaia di visite, il suo centinaio di pagine e le centinaia di iscritti alla Zircolèr (“newsletter”), il merito è di tutta una rete di persone che hanno collaborato con entusiasmo per il bene della nostra cultura.
4. Lei è uno dei due scrittori del nuovo vocabolario bolognese. Ce ne parla?
Nel 1998 vivevo a Milano e proposi all‟editore Vallardi di fare un dizionario tascabile e bidirezionale, italiano-bolognese e bolognese-italiano, da inserire nella loro collana di dizionari dialettali. Assicuratomi l‟aiuto di Luigi Lepri, che accettò di fare da “cavia” per una quantità sterminata di domande, cominciai il lavoro, partendo dal Mainoldi. In corso d‟opera il nostro dizionario prese vita autonoma, e il Mainoldi non è più riconoscibile nel prodotto finito, cioè il tascabile Vallardi che presentammo nel settembre 1999 e che da allora ha fatto più 8 000 copie. Va aggiunto che quel lavoro è stato il primo banco di prova dell‟Ortografia Lessicografica Moderna, che ha contribuito a diffondere fino al risultato di oggi, quando possiamo dire che ormai è quello il “modo di scrivere il dialetto”!
L‟esperienza positiva ci galvanizzò, e Luigi qualche anno dopo prese i vecchi file e cominciò ad arricchirli di tutto quello che, per motivi editoriali, avevamo dovuto lasciare da parte. Tutte le lettere triplicarono di volume e lui cominciò a spedirmele per un parere. A fine 2005 ho iniziato anch‟io a lavorare sistematicamente al nuovo grande Dizionario, fino alla presentazione del 25 novembre scorso presso la Cappella Farnese del Comune (cfr. www.bulgnais.com/dizionario/presentazdiz.html).
Il Dizionario bolognese-italiano italiano-bolognese pubblicato da Pendragon è esattamente il libro che desideravamo fare: oltre 33 000 lemmi, tantissima fraseologia, contiene tanti proverbi e termini gergali, va dai termini tradizionali a quelli recentissimi, è pienamente bidirezionale, contiene tante indicazioni grammaticali, due appendici sui nomi geografici e di persona e, cosa che non guasta mai, ha una bella veste editoriale, con copertina cartonata e carta di qualità. Al Dizionario è affiancata una
sezione del Sito Bolognese, che invito a visitare periodicamente: www.bulgnais.com/dizionario.html
5. Ci parli della sua grammatica bolognese Dscårret in Bulgnai§.
Quel libro, ancor più del Dizionario, è stato il risultato del mio antico cruccio di voler imparare il bolognese e non avere a disposizione gli strumenti didattici necessari. Così, appena finito il tascabile Vallardi, cominciai a ri-bombardare Luigi Lepri con domande stavolta non lessicali o fraseologiche, ma grammaticali, partendo dai punti oscuri o incompleti dell‟ottimo Manuale del dialetto bolognese pubblicato nel 1950 da Mainoldi. L‟obiettivo era scrivere per la prima volta una grammatica che, anziché andare per argomenti (come il Mainoldi o la mia introduzione grammaticale al tascabile Vallardi), presentasse il materiale linguistico per ordine di difficoltà crescente, come si fa nei libri per imparare a scuola le lingue straniere. Tutto questo aggiungendo un elemento di divertimento in più, che spesso mi era mancato studiando inglese, francese e tedesco al liceo: i personaggi dovevano essere a tutto tondo, diventare quasi degli amici cui affezionarsi. Ho così inventato le vicende di due vecchiette, una delle quali s‟improvvisa investigatrice per aiutare il nipote, e aggiunto vari personaggi di contorno le cui vicende si snodano lungo il corso del libro, facendo anche da aiuto mnemonico per l‟apprendimento della lingua. Grazie all‟editore Airplane e alla UILDM (Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare), che hanno fatto da garanti della sostenibilità economica dell‟operazione, è stato possibile pubblicare un libro piuttosto completo, con varie appendici, due CD e delle belle illustrazioni fatte da un grafico professionista.
Anche questo libro interagisce col Sito Bolognese, come si può vedere alla pagina www.bulgnais.com/manuale.html, nella quale ogni tanto pubblichiamo fra l‟altro dei piccoli aggiornamenti su aspetti minori (in particolare della sintassi) che eccedevano l‟ambito prettamente didattico del manuale ma possono interessare agli studenti avanzati.
E anche in questo caso si è trattato di un lavoro in collaborazione con altre persone che amano il dialetto bolognese: il libro contiene infatti preziose tavole verbali compilate da Roberto Serra, la consulenza linguistica è stata di Luigi Lepri ma per risolvere alcuni punti abbiamo sentito altri parlanti, fra i quali l‟anziano e genuinissimo Giannetto Muzzi,
sempre Luigi è voce narrante dei CD insieme a Roberta Montanari, mentre Fausto Carpani e gli eredi di Quinto Ferrari ci hanno consentito di inserire anche tre belle canzoni. C‟è poi una stupenda prefazione del prof. Luciano Giannelli, che insegna dialettologia all‟università di Siena (da parte dell‟università di Bologna invece è venuto solo l‟attacco di una certa Bruna Badini, che in un convegno ha strepitato contro di noi perché abbiamo usato una terminologia diversa dalla sua. Evidentemente il fatto che ci sia chi lavora da anni sul campo facendo supplenza per quel che ci si aspettava dall‟università, e che questa non ha mai dato, innervosisce qualcuno...).
6. La sua collaborazione con Luigi Lepri e Roberto Serra.
È uno degli aspetti più belli di tutta la vicenda. Dal quel mio primo contatto con Luigi Lepri nel 1994 siamo diventati superaffiatati, non solo nel nostro lavoro a favore del bolognese ma anche nella sfera personale, tanto che ho oggi il privilegio di considerarlo uno dei miei migliori amici. Tra l‟altro mi fido molto della sua esperienza, e i suoi consigli mi sono stati spesso molto utili. Anche con Roberto Serra ci siamo intesi fin dal primo momento: scrisse al Sito Bolognese nel 2000 proponendosi di dare una mano, e io lo presi subito in parola. Ci conoscemmo a San Giovanni in Persiceto, dove intervistai i suoi nonni. Poi Roberto è stato con me in tutte le iniziative che da allora abbiamo varato per il dialetto bolognese, diventando un vero punto di riferimento. Lui e Luigi sono il nucleo di un gruppo di amici che si è formato attorno alla comune passione per il bolognese, e di cui fanno parte anche Amos Lelli, Aldo Jani, Fausto Carpani e altre persone meravigliose.
7. Negli ultimi tre numeri del giornale ci ha spiegato da dove viene il bolognese. Ci può dire anche come si evolverà?
Beh, dal punto di vista linguistico è innegabile che ultimamente si sia un po'"italianizzato", anche se nei parlanti consapevoli è ancora piuttosto chiaro il confine tra chi lo parla in modo piacevole e genuino e chi invece lo ha annacquato un po‟ troppo. Io mi sforzo di parlare e scrivere come fanno i primi, naturalmente, poiché credo in quella che si potrebbe
chiamare “autodisciplina linguistica” e che in fondo è solo una manifestazione di rispetto per la propria lingua. Dal punto di vista sociolinguistico è successa una cosa grandiosa: al grande declino degli anni Sessanta e Settanta fa da contrappeso un risveglio che, dopo timidi vagiti dati negli anni Ottanta, alla fine dei Novanta si è fatto impetuoso. Non si tratta solo delle nostre iniziative, ma anche del giornalino Al Pånt dla Biånnda, del teatro dialettale, dei DVD della Loop, degli spettacoli di Fausto Carpani, nonché del grande seguito di pubblico che hanno tutte queste attività. Certo continuano a prevalere gli anziani, che hanno il bolognese come propria lingua materna, ma sono apparsi e sempre più aumentati i giovani e le generazioni intermedie, a testimonianza di un nuovo interesse e di un sentimento che è poi quello che anima noi: la volontà di non lasciar morire nel silenzio il dialetto bolognese, ma di traghettarlo ben oltre il 2000, anche se non più come lingua primaria di tutti ma come lingua di una comunità di persone che si riconoscono in una certa immagine della loro città.
E poi c‟è l‟aspetto dell‟unificazione ortografica, che considero fondamentale. Su quello ho già detto la mia alla pagina www.bulgnais.com/grafia.html, cui rimando.
8. Ci parla della sua esperienza nel corso di bolognese.
Oltre a un Dizionario moderno e a una Grammatica didattica, quando a 14 anni sognavo di imparare il bolognese avevo in mente anche un Corso che somigliasse a quelli con cui si imparano le lingue straniere (magari, come dicevo prima, con una punta di divertimento in più). Per cui, aprendo il Sito Bolognese, speravo anche che sarebbe stato il modo di trovare le persone giuste per una simile esperienza. E questo, per fortuna, è avvenuto: nel 2002 cominciammo a ricevere dei messaggi di posta elettronica di persone che avrebbero voluto proprio un Corso e, incassata la disponibilità di Roberto Serra a fare da insegnante, quella di Aldo Jani del Club Il Diapason a farci da “impresario dialettale” e quella del teatro Alemanni a ospitarci, partì il Corso di Bolognese di primo livello. Il Sito fu l‟unico mezzo con cui pubblicizzammo l‟idea, e bastò a reclutare una cinquantina d‟interessati, molti dei quali giovani. Successivamente siamo diventati molto più capillari: adesso si organizzano vari corsi all‟anno, anche di secondo e terzo livello, e quello di primo supera sempre i 100 iscritti.
Aggiungo che un buon 30% di quegli iscritti è sotto i trent‟anni, che ci sono anziani dialettofoni che sanno già il bolognese ma vogliono imparare a scriverlo e, ottimo segno, che c‟è anche la generazione intermedia, quella che normalmente non ha mai tempo a causa di lavoro e famiglia, e che invece si prende una sera la settimana per studiare il bolognese. Questa saldatura intergenerazionale è per me una cosa straordinaria, e ogni volta che vado al Corso mi sembra di vivere un piccolo miracolo: persone di diverse età e anche di diverse provenienze (perché ci sono anche alcuni iscritti non bolognesi, a volte addirittura non italiani, che vogliono conoscere il nostro dialetto per conoscere meglio Bologna e la sua cultura), studiano il bolognese passo per passo, facendo esercizi e letture, conoscendo gli Operatori Culturali Dialettali e divertendosi. Insomma, come avrei voluto fare io a 14 anni...
9. Cosa direbbe ad un giovane d’oggi per convincerlo dell’importanza del dialetto nei tempi attuali, in cui si parla un italiano sempre più piatto e televisivo, e che vedono la progressiva scomparsa degli idiomi popolari?
Direi che vale la pena di interessarsi al bolognese proprio perché viviamo nell‟era della globalizzazione, col bisogno di radici che questo comporta. Attenzione però: parlando di dialetto nell‟era della globalizzazione non intendo “dialetto contro la globalizzazione”, come fa un certo discorso antimodernista. Intendo invece parlare di una globalizzazione inclusiva, in cui non c‟è più solo l‟italiano lingua del prestigio sociale contro il dialetto lingua subalterna. Oggi non solo nelle metropoli cosmopolite come Parigi e Londra, ma anche nella nostra città si parlano tante lingue diverse: c‟è l‟inglese forse già più prestigioso dell‟italiano, e ci sono le lingue degli immigrati, come lo spagnolo dei sudamericani, il portoghese dei brasiliani, il tagalog dei filippini, l‟arabo, il cinese, l‟hindi, il russo, l‟albanese, il romeno, il polacco, tutte lingue che da noi hanno forse meno prestigio dell‟italiano ma che sono giustamente rispettate in quanto veicolo identitario delle comunità che sono venute da noi a lavorare e a cercare un futuro migliore.
E allora in questo nuovo contesto in cui tutti siamo diversi e tutti ci rispettiamo finalmente si è capito che il concerto della globalizzazione
non è fatto solo da un primo violino, ma che c‟è posto per tutti gli strumenti, anche per l‟ottavino del dialetto bolognese, che ha la funzione importante di ricordare cos‟è stata la cultura dei nostri vecchi: la cultura di persone che fra mille difficoltà sono riuscite a creare un modello sociale ed economico caratterizzato dalla solidarietà, in cui si credeva nel progresso e in un‟azione collettiva volta a realizzare il benessere di tutti. Questa è la cultura della nostra comunità, e anche se oggi è messa in minoranza dal traffico intollerante, dalle scritte sui muri, dai portici imbrattati dai cani e dai loro padroni, dai poliziotti della Uno Bianca e dal degrado in generale, comunque questa cultura rimane, e noi vogliamo che vada avanti e riconquisti terreno, per il bene collettivo. Allo stesso modo siamo attaccati alla lingua tradizionale della comunità che ha espresso questi valori, e anche se il bolognese è in minoranza vogliamo che ci sia e che ci continui ad essere. Non pretendiamo che torni ad essere la lingua maggioritaria, ma vogliamo continuare a coltivarlo e a dotarci degli strumenti per coltivarlo, perché ci piace il bolognese vivo dei nostri anziani, delle canzoni e delle commedie dialettali di Fausto Carpani, del giornalino Al Pånt dla Biånnda e dei DVD sui piccioni, del Sît Bulgnai§ e dei Corsi di Bolognese.
10. Cosa ne pensa del nostro giornale?
Penso che sia un gran bel segnale, vista la vostra giovane età ma anche la freschezza dei suoi contenuti. Il fatto che sia in rete dimostra poi le potenzialità di Internet per le lingue minoritarie, che oggi possono far sentire meglio la propria voce. Sono anche d‟accordo col vostro discorso, molto discreto ma deciso, di amore per la città, la sua storia e la sua convivenza civile. E sul Sito Bolognese c‟è da tempo un bel link a Såtta una muntâgna.
LORIANO MACCHIAVELLI
1. Ci parli del suo rapporto con Bologna.
Sono nato in montagna, in un paese chiamato Pioppe (comune di Vergato) e sono arrivato a Bologna che avevo dieci anni, trascinato dalla piena del Reno. Si diceva così dei montanari arrivati in città. Mi sono trovato subito male perché conoscevo appena l‟italiano e la mia lingua era il dialetto montanaro. Per questo i miei nuovi compagni di gioco mi prendevano in giro. Forse è stata la molla che mi ha spinto a cercare di conoscere bene la città. E per non farmi trovare impreparato. Ho così imparato a conoscere Bologna a fondo, perfino nei suoi sotterranei, e mi ci sono abituato tanto bene che l‟ho amata. Mi sono sentito protetto sotto i suoi portici e nel calore delle sue case, cortili e giardini. Ci ho passato una bella infanzia e una gratificante gioventù e maturità, ammesso che prima o poi un uomo possa dirsi maturo.
2. Qual è il suo legame con il dialetto petroniano?
Non l‟ho ancora imparato. Tant‟è che, quando leggo qualche poesia in dialetto, gli autentici bolognesi mi riprendono. Nel mio dialetto sono rimaste le inflessioni montanare, ma sono convinto che il vero dialetto bolognese abbia una musicalità straordinaria e che certe sue espressioni siano tanto efficaci che la traduzione italiana non riesce a dare.
3. Quanto e come la sua scrittura è legata a Bologna.
Per quello che ho detto sopra, per l‟amore che mi ha legato a Bologna e per ciò che mi ha dato, non solo la mia scrittura è legata alla città, ma anche il mio modo di vivere. Non avrei potuto ambientare i miei romanzi che qui. Perché ho imparato a conoscerla bene, a vedere la sue parti nobili e plebee, le sue ricchezze e le meschinità, a capire il suo passato. Non capisco ancora il suo futuro.
4. Lei che ha vissuto il cambiamento e lo ha immortalato nei suoi romanzi, come è mutata la città negli ultimi anni?
Ecco, qui è il difficile. Non mi ci trovo più. Sarà perché i miei anni si sono accumulati troppo in fretta per capire e restare al passo con gli inevitabili cambiamenti che l‟hanno coinvolta. Mutamenti fatali, per gli anni che stiamo vivendo. Trovo insensibilità, gelosie, sporcizia, indifferenza... Ma, ripeto, sono io che non so andare al passo con i tempi.
5. Bologna è piena di luoghi comuni vuoti e privi di senso come le “tre T”. Lei cosa ne pensa?
Non ho mai creduto ai luoghi comuni. Come l‟isola felice che si diceva Bologna fosse fino a una decina d‟anni fa. Era semplicemente un luogo nel quale si poteva vivere a dimensione umana. I luoghi comuni sono dannosi e si rischiano delusioni. Bologna è quella che è e i suoi abitanti pure.
6. Lei ha scritto quattro romanzi con un petroniano d’adozione: Francesco Guccini. Ci parli di questa esperienza.
È stata un‟esperienza divertente. Francesco Guccini è nato a Modena, ma ha vissuto la sua infanzia in quel di Pàvana, che si trova non lontana dal mio Pioppe. Almeno in linea d‟aria. Sempre nella Valle del Reno che, a Pàvana, si chiama Limentra. Tutti e due siamo figli della montagna, tutti e due abbiamo respirato la stessa cultura, ascoltato gli stessi racconti e conosciuto gente molto simile. Il nostro lavoro è il frutto di quella comunione e, durante la scrittura, Guccini mi raccontava episodi che sentivo vicini. Come io ne raccontavo a lui. È stato un po‟ come rivivere un passato che ci era comune, appunto.
7. Proprio Guccini ha definito Bologna “Parigi minore”. Cosa ne pensa?
Ecco, qui fra me e Guccini i pareri divergono. Per fortuna. Ho conosciuto Parigi, ma francamente non trovo molte affinità con Bologna se non, ma è già molto, per le due antiche università.
8. Secondo lei, Bologna è ancora il crogiuolo artistico e culturale che era 20-30 anni fa?
Sarà perché mi sento un po‟ fuori dal coro, ma ho un ricordo di quegli anni talmente affascinante (come per tutte le cose che erano e non sono più) che trovo difficile un confronto fra quel periodo e oggi. Ho vissuto anni di esperienze culturali e di vita straordinarie. Non passava giorno senza che noi vivessimo avvenimenti eccezionali. La storia culturale e sociale di quei giorni è lì, a portata di tutti coloro che volessero capirla. E forse servirebbe a capire anche l‟oggi. Oggi sento che manca una spinta vera, originale, autentica. Insomma, sarò antiquato, ma penso che manchino ideali ai quali dedicarsi senza avere come obiettivo l‟economia. Intesa come rientro, compenso, obiettivo finale di ogni azione.
9. Ci potrebbe dare una chiave di lettura per la Bologna di oggi, divisa tra l’eredità della sua storia secolare e la moderna situazione di profondo cambiamento?
Cari amici di Såtta na muntâgna, se possedessi la chiave che mi chiedete, sarei di nuovo felice di vivere in questa città.
10. Cosa ne pensa del nostro giornale?
State facendo un lavoro straordinario. Soprattutto se si pensa all‟età che avete. Nell‟ultimo numero avete scovato e scrivete cose che neppure io conoscevo. E non sono l‟ultimo arrivato in città. Se possono servire, ecco i miei complimenti più sinceri.