Al dialàt

Il dialetto bolognese non è morto, ma è parlato oramai solo dentro le mura ed usato da pochi interessati. Alcuni cantautori, poeti e scrittori bolognesi scrivono i loro testi in dialetto per far si che questa parlata non scompaia. Una volta esisteva una Bologna che parlava solo così, che faceva il bucato a mano nel canale, dove tutti si conoscevano: è la Bologna di una volta. Io mi domando perché c’è gente che conosce il bolognese ma non lo parla ritenendolo obsoleto mente associazioni e cooperative si danno da fare per diffonderlo soprattutto tra i più giovani. Nelle librerie si vendono grammatche e vocabolari, e in internet ci sono molti siti da visitare tutti in bolognese con traduzione a fronte. Partecipate anche voi a uno di questi eventi, non ve ne pentirete.

I canali

La nostra città, al contrario di quanto molti pensano, è ricolma di canali sotterranei che formano una fittissima rete di vie d‟acqua. La città stessa è nata sulle rive di un fiume, l‟Aposa, e di un torrente, il Rio Vallescura. Una volta che la città si fu espansa, questi corsi d‟acqua divennero insufficienti a soddisfare i bisogni della popolazione, e vennero degradati al ruolo di fogne; il canale Navile (lo si può vedere scoperto a Corticella, in via Sant‟Anna) prese il loro posto. Quando anche quest‟ultimo divenne incapace di svolgere appieno il suo ruolo, i bolognesi pensarono bene di deviare il fiume Reno in città, dando origine al canale di Reno. Via via i canali vennero coperti, e noi oggi non abbiamo che pochi e miseri tratti a vista, ma sotto i nostri piedi si snodano più di 100 km di vie d‟acqua! Tuttavia non è difficile immaginare tempi in cui la gente faceva il bagno e le lavandaie lavavano il bucato a caro prezzo in via Riva Reno. Tra i monumenti da salvare c‟è lui, il Reno.

I sotterranei

Nella puntata precedente avevano visto come Bologna sia solcata da vie d’acqua sotterranee lunghe anche più di 70 km. Ma accanto a queste, si snoda anche una lunghissima serie di cunicoli in cui scorrono. Hanno origini antichissime: le parti più antiche di questi sono infatti costruiti in selenite e in pietra dura tipica del bolognese. L’ingresso principale (i cunicoli sono per la maggior parte visitabili) è situato in via dell’Inferno, nell’ex-ghetto ebraico, presso l’odierna Piazzetta Marco Biagi. Anche Dante li visitò durante il suo soggiorno a Bologna e si ritiene che da lì abbia preso l’idea per il suo Inferno. Quest’anno il Comune ha fatto sì che la vista guidata, da esclusiva per i mesi di Settembre-Ottobre venisse fatta tutti i venerdì dell’anno: perciò, come consiglio poiché io li ho visitati, è di andarci assolutamente.

I parchi

Oggi vogliamo sfatare un triste mito: Bologna non ha zone verdi. Il realtà, Bologna è ricchissima di Parchi, alcuni anche in zone centralissime. Pensiamo solo alla Montagnola, in piazza VIII Agosto, ai giardini Margherita o all‟enorme Orto Botanico. La stessa città è detta anche "curtil di Umili", cortile degli Umili. Nell‟intervista che Fausto Carpani ci ha gentilmente concesso, di cui riportiamo il testo nella Bologniade, il cantautore di spiega come abbia vinto la terza edizione del "Festival della canzone bolognese" con la canzone "Prè ed Cavrèra", Prati di Caprara. I bolognesi non ci fanno quasi più caso, ma nella città turrita ci sono più di 200 tra parchi e giardini di grandi e medie dimensioni, e più di 500 piccoli cortili pubblici! Volendo stilare una classifica, primo viene il quartiere Savena con 41 grandi parchi, secondo il Navile con 28, poi Santo Stefano (22), Reno (21), San Vitale (20), Saragozza, Borgo Panigale, San Donato (18) e Porto (16).

I portici

Pensando a Bologna, viene subito alla mente quello che è fra i suoi monumenti forse il più caratteristico: i portici, che si snodano lungo tutte le vie , soprattutto nella città vecchia. Bologna vanta due importantissimi primati legati ai portici: con i suoi 45 km di logge è la città più porticata del mondo. In più anche il portico più lungo del mondo, quello di San Luca (4 km, 666 arcate), è a Bologna. Nonostante già i Romani li utilizzassero, i portici come li conosciamo noi ora hanno fatto la loro comparsa a partire dall‟XI secolo, quando lo Studio Bolognese (primo nucleo dell‟università odierna) cominciò ad attirare studenti da varie parti d‟Europa. C‟era infatti bisogno di nuovi alloggi, e, per ricavarli, ci si accorse presto che bisognava allargarsi, oltre che in lunghezza, anche in altezza. Per dare poi maggiore stabilità all‟edificio, i piani superiori erano leggermente più larghi del piano terra, questo anche per utilizzare il maggior spazio possibile, e venivano sorretti da pilastri in legno prima, in mattoni poi. Risultato: lo abbiamo ogni giorno davanti agli occhi!

Al Zigànt

La fontana del Nettuno, in bolognese Al Zigànt, il gigante, è una delle fontane più belle di Bologna. La statua fu promossa dal Cardinale Legato di Bologna Carlo Borromeo, il quale volle risistemare l'area di Piazza Maggiore, con l'aiuto del vescovo Pier Donato Cesi. Avrebbe voluto simboleggiare il felice governo del neo eletto papa, e zio materno di Borromeo, Pio IV. L'opera fu progettata dall'architetto e pittore palermitano Tommaso Laureti nel 1563 e fu sormontata dalla imponente statua in bronzo del dio Nettuno dello scultore fiammingo manierista Jean de Boulogne da Douai, detto il Giambologna. Per la costruzione della fontana (terminata nel 1565) fu abbattuto un intero isolato e la spesa fu ripartita tra le case e le botteghe adiacenti. L'alimentazione idrica della fontana avvenne con la costruzione dell'opera di captazione dei bagni di Mario (cisterna sotterranea con decori rinascimentali, oggi assai deteriorati) e potenziata ristrutturando l'antica fonte Remonda (che è ancora funzionante e si trova sotto il convento di San Michele in Bosco), convogliando le sue acque verso la piazza. Durante le due guerre mondiali, Al Zigànt è stato smontato e messo al sicuro negli scantinati di palazzo d‟Accursio per poterlo proteggere dai bombardamenti.

Il Pratello

Via del Pratello è forse la via più animata della città. Ogni sera si ritrovano qui centinaia di persone che si vogliono divertire. I locali son aperti tutta la notte. Dappertutto si respira un gusto per la bella vita e il godimento mangereccio tutto bolognese. Via del Pratello non è però frequentata solo da ragazzi con bottiglie in mano, drogati, tabagisti o comunque gente poco attendibile. Il suo bellissimo pavimento di ciottoli medievale è infatti calpestato ogni giorno anche da famiglie o da gente che vuole comunque solo divertirsi in santa pace senza essere per questo drogata o alcolista.
I suoi locali sono storici, e fanno ormai parte della storia metropolitana, come la trattoria da Fantoni o la vetreria di Lipparini. Ma c‟è anche un rovescio della medaglia. Infatti, se si passa di lì alla mattina molto presto o alla sera tardissimo, è piena di cartacce e bottiglie abbandonate. In più , in questa fascia oraria, si possono trovare veramente persone poco raccomandabili. Oltre a questo, che comunque dura solo poche ore, c‟è da pensare alla povera gente che tutte le sere si deve subire il rumore di questa bella-brutta via del Pratello.

Il campanile di San Pietro

Alcuni, per loro fortuna, sono saliti in cima al campanile della Cattedrale di San Pietro. Alcuni di questi avranno anche notato una stranezza evidente. La pianta del campanile è quadrata, tuttavia quando si sale, la tromba delle scale non è, come di norma, vuota, ma presenta un muro di forma circolare in mattoni leggermente bruciacchiati. Questo muro circolare segue il corpo del campanile stesso per buona parte di questo, fino a che le prime bifore rompono la piatta monotonia del muro di mattone e marmo esterno. Il muro misterioso presenta inoltre alcune aperture lungo il suo corso, che si affacciano su una grande apertura all‟interno del campanile stesso. Il mistero è presto svelato con un‟occhiata alle cronache della Cattedrale: nel 1227, un terribile incendio devasta la chiesa. Il corpo della Cattedrale fu ristrutturato in breve e risultò per la maggior parte intatto, ma il campanile andava riedificato. Constatando l‟impossibilità di demolirlo definitivamente, fu inglobato nella nuova costruzione romanica. Tra il vecchio campanile e il nuovo fu lasciata tuttavia un‟intercapedine nella quale furono poste le scale. Così salendo si può vedere la parete esterna del vecchio edificio. Questo l‟ha in qualche modo però preservato per il futuro. Infatti nel „600 la Cattedrale è stata quasi totalmente rifatta di sana pianta, e ci rimane ben poco della chiesa originaria.

La Certosa

A metà del „300, nell‟area dell‟attuale cimitero, fu edificato il convento della Certosa di San Girolamo di Casara. Già in precedenza, in epoca etrusca, la zona era stata edificata da quel popolo e adibita a necropoli, come testimonia il ritrovamento di 417 tombe tra il 1869 e il 1871. Grazie a quei ritrovamenti, nel 1881 verrà dato il via alla raccolta per la costruzione del Museo Civico Archeologico. Nel 1797 viene soppressa la funzione religiosa dell‟edificio. L‟edificio era ed è uno splendido esempio di architettura religiosa con opere che spaziavano da tardo „300 fino al neoclassicismo; in più, la sua posizione privilegiata, ai piedi del Colle della Guardia, ne fecero il luogo ideale per la sepoltura dei membri delle grandi casate nobili e agiate della città, che infatti cominciavano in quegli anni a costruire le loro tombe di famiglia. In breve tempo, con la sepoltura fra l‟altro di alcune grandi personalità cittadine, divenne meta di letterati e artisti del calibro di Byron, Dickens, Mommsen e Stendhal. Nel 1800, data la sua posizione, esterna al centro abitato e al fatto di essere ben servita dal punto di vista idrico, fu adibita a cimitero cittadino. È stata ampliata più volte nel corso della sua storia. Tra i più importanti ampliamenti ricordiamo il sacrario ai caduti della Grande Guerra. Da ricordare infine i piccoli spazi acattolici quali il cimitero ebraico. Per informazioni sui monumenti, sulla storia e per un tour virtuale visitate il sito: http://www.certosadibologna.it/.